L’eccidio del Castellaccio

Alpini della Monterosa di stanza al Castellaccio

Quello fra il 1944 e il 1945 fu uno degli inverni più rigidi registrati in quegli anni. Le formazioni partigiane di montagna dovettero affrontare, oltre ai rigori climatici, vasti e brutali rastrellamenti da parte dei nazifascisti, che da dicembre erano stati affiancati dalle famigerate truppe mongole particolarmente addestrate alla violenza contro la popolazione civile, donne per prime. I rastrellamenti vennero effettuati, oltre che dalle truppe tedesche, da formazioni delle Brigate nere, della Gnr e da reparti della Monterosa e interessarono gran parte dei paesi e delle frazioni delle vallate nella provincia di Genova e in quelle attigue.

Dopo i primi sbandamenti, le brigate partigiane risposero con forza ed energia, nonostante le forze nemiche fossero soverchianti (25.000 uomini ben equipaggiati, addestrati ed armati).

Molti partigiani vennero uccisi dei numerosi combattimenti che si erano sviluppati in diverse valli liguri. Molti di quelli arrestati furono passati per le armi nell’eccidio della Squazza. Ma molti furono anche i nazifascisti uccisi, tanto da far emettere dal Comando della divisione Garibaldi “Cichero” un ordine del giorno con il quale, verso la fine di gennnaio, annunciava che “finalmente il nemico sta rientrando alle sue basi con lo smacco subito, mentre il pianto delle mamme cui sono state violentate le figlie lo segue come una maledizione. Giusta rappresaglia, trentasette mercenari mongoli col loro comandante tedesco, fatti prigionieri, sono stati giudicati dalle popolazioni e passati per le armi sul luogo stesso dei loro delitti. Il Comando rivolge un alto elogio a tutti coloro che hanno combattuto, e in special modo alle Brigate Jori e Oreste, che con il loro spirito aggressivo hanno dato alla causa questa vittoria“.

A Genova città, la situazione era stata molto difficile si dal mese di dicembre del 1944, a causa dell’arresto da parte dei nazifascisti di quasi tutti i comandanti delle Sap e di gran parte del Comitato militare regionale ligure. A questi vanno aggiunte le molte decine di sappisti e di partigiani di montagna scesi in città arrestati e imprigionati anche in conseguenza di delazioni di informatori e spie presso i comandi tedeschi. I nazifascisti, rafforzati da pattuglie speciali inviate da Milano a tale scopo, per tutto gennaio e febbraio misero in atto numerosi rastrellamenti, con pattugliamenti in tutti i luoghi pubblici e sui mezzi di trasporto, in tutti i quartieri genovesi, con particolare accanimento in quelli dove la resistenza era più attiva, e nei comuni limitrofi a Genova. In tale situazione, con lo scopo di acuire il clima di tensione e di paura tra gli antifascisti e la stessa popolazione, i fascisti delle Brigate nere avevano organizzato, tra il 14 e il 16 gennaio, il tragico eccidio del “panino e della mela”, con la esecuzione di tre partigiani a Marassi, due a San Fruttuoso, due al Campasso di Sampierdarena e altri quattro in piazza Baracca a Sestri Ponente. Ai fascisti, comandati dal capo della provincia di Genova Carlo Emanuele Basile, dal questore Arturo Bigoni, dal capo della squadra politica Giusto Veneziani, dai capi delle Brigate nere di diverse caserme della città, della Gnr e dell’ufficio politico della federazione del Pnf, quell’eccidio non era bastato. Volevano incutere nella popolazione genovese maggiore paura e scoramento dando vita a un altro eccidio di partigiani che erano stati imprigionati nelle settimane precedenti.

Per questo motivo, il 29 gennaio, un Tribunale speciale riunito a Palazzo Ducale decise la condanna a morte di un gruppo di sei Partigiani.

L’eccidio. All’alba del 1° febbraio 1945 sei partigiani, dopo essere stati prelevati da una squadra di Brigate nere dal carcere di Marassi, dove erano detenuti, furono trasportati sulle alture di Genova, nella zona del Righi, per essere fucilati. La condanna a morte, come abbiamo visto, era stata sentenziata il 29 gennaio da un Tribunale militare straordinario della Rsi con sede a Palazzo Ducale. La Corte, oltre ad accusare i prigionieri di intelligenza con il nemico e di appartenenza a formazioni ribelli, aveva cercato di screditarli addebitando loro anche una serie di reati comuni.

Il reparto delle Brigate nere incaricato dell’esecuzione, sistemati i condannati su un camion, si diresse verso la zona del Forte Castellaccio del Righi, area militare presidiata dai bersaglieri e dai “Risoluti” della X Mas e interdetta ai civili, scelta come luogo per la fucilazione. Giunti sul posto, i fascisti condussero i prigionieri sul piccolo prato sotto il ponte levatoio di via Peralto, dove, dopo aver collocato sei dedie prelevate nella chiesa del vicino convento delle Suore Crocifisse, fecero sedere i condannati e li fucilarono alla schiena.

L’eccidio venne in seguito raccontato dalla signora Ida Folli sul giornale Il Quartiere: Quezzi tra Passato e Futuro: “Quel mattino del 1° febbraio 1945 una nebbia fitta e densa pemetteva di vedere a pochi metri di distanza; erano circa le sei quando venni svegliata da alcuni colpi battuti alla porta di casa. Erano le Brigate nere che volevano sapere dove fosse l’ingresso del Forte Castellaccio; mi portai sulla strada per indicarglielo e notai che vi erano alcuni automezzi fermi con il motore acceso che invertirono il senso di marcia e ridiscesero. Circa un’ora e mezza dopo, come di consueto, mi avvia per la strada che scende al Righi per recarmi al lavoro ma, giunta sull’ultima curva prima del ponte levatoio, venni fermata dalle Brigate nere e invitata a tornare indietro. Mentre discutevo con costoro per vedere di riuscire a passare e proseguire, le grida di un giovane che invocava la mamma mi fecero ammutolire e trasalire; subito dopo alcune raffiche di mitra soffocarono quelle invocazioni. I colpi isolati che seguirono furono più eloquenti e mi fecero capire cosa stava succedendo. Non contai più il tempio e quando mi fecero proseguire, stavano caricando le casse funebri precedentemente allineate ai margini della strada sui terrapieni dopo il ponte. I soldati del Comando dell’Artiglieria della Repubblica Sociale Italiana, alloggiati nel Convento delle Suore Crocifisse sfollate a Stazzano (AL), avevano fornito loro le sedie prese in chiesa e servite per i condannati a morte, e adesso le riportavano indietro. La nebbia aveva impedito loro di trovare l’ingresso del Castellaccio e così, con il servizio ausiliario di becchini, i soldati fucilarono i Partigiani sotto il ponte levatoio. Se fossero entrati nel Forte, sedie e becchini li avrebbero forniti molto probabilmente i Risoluti o i Bersaglieri“.

Lo stesso giorno dell’eccidio, il quotidiano genovese Il Lavoro pubblicò la notizia della condanna a morte e dell’esecuzione dei sei partigiani con la seguente cronaca:

Si è riunito nei giorni scorsi nella nostra città (NdR: il 29/1/1945 a Palazzo Ducale) il Tribunale Militare Straordinario del 210° Comando Regionale Militare per giudicare certi Federico Vinelli, Angelo Gazzo, Pietro Pinetti, Alfredo Formenti, Luigi Riva, Pietro Silvestri, Salvatore Rizzo e Michele Grossi, imputati di intelligenza con il nemico […]. Il Tribunale Militare Straordinario ha svolto il dibattito producendo schiaccianti prove contro gli accusati, presenti in stato di detenzione. Sono stati sentiti numerosi testi. Il Pubblico Ministero ha chiesto la pena di morte per tutti gli imputati […]. Dopo la difesa, il Tribunale ha emesso la sentenza condannando alla pena di morte con fucilazione nella schiena il Vinelli, il Gazo, il Pinetti, il Formenti, il Rive, e il Silvestri. Per gli imputati Grossi e Rizzi il Tribunale si è dichiarato incompetente a giudicare […]. I condannati a morte sono stati giustiziati all’alba di stamani“.

I patrioti fucilati erano:

  • Sabatino Di Nello “Pietro Silvestri”, nato a Pacentro (AQ) il 22 febbraio 1915. Al momento dell’armistizio faceva il servizio militare nella Rsi, e vi rimase fino al febbraio 1944, quando decise di disertare e di aggregarsi a una formazione partigiana chiamata la Volante rossa, che era dislocata nella zona di Molare (AL). In seguito, col nome partigiano di Pietro Silvestri, Di Nello si aggrega alla Brigata di manovra Bonaria, comandata da Mingo (Domenico Lanza), che era inquadrata nella divisione Ligure-Alessandrina. Col ruolo di comandante di distaccamento partecipa tra il 7 e il 10 ottobre alle dura battaglia di Olbicella di Molare contro i nazifascisti dove ventitre partigiani furono uccisi in combattimento, tra i quali il comandante Mingo, il cui nome da novembre sarà dato alla nuova divisione. Di Nello venne arrestato a Molare nel corso di quel rastrellamento e rinchiuso nel carcere di Marassi. “Pietro Silvestri”, dopo la lettura della sentenza, dichiarò ai membti del Tribunale speciale che il suo vero nome era Di Nello Sabatino e che con il suo vero nome voleva affrontare la morte.
  • Alfredo Formenti “Brodo”, nato a Voghera il 9 febbraio 1897. Perseguitato politico durante il regime fascista, militante comunista, membro del Soccorso Rosso, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 diventa partigiano del Comando militare ligure e capo settore delle formazioni partigiane di Genova-Sampierdarena. Inquadrato nella 292ª Bigata Garibaldi Sap Buranello, dislocata nella zona di Sampierdarena, fu arrestato dai militi delle Brigate nere il 17 gennaio alle ore 18 presso il bar Squillari di piazza Vittorio Veneto a Sampierdarena.
  • Angelo Gazzo “Falco”, nato a Mignanego (GE) l’1 febbraio 1901. Portuale, partigiano dall’ottobre 1944  della 832ª Brigata Garibaldi Sap E. Casalini, dislocata nella zona di Serra Riccò- Mignanego, venne arrestato il 1° gennaio 1945.
  • Pietro Pinetti “Boris”, nato a Genova il 3 dicembre 1924. Operaio meccanico dell’Ansaldo di Sampierdarena, dopo l’armistizio dell’8 settembre rifiuta di aderire alla chiamata alle armi della Rsi e decide di partecipare alla lotta contro i nazifascisti con la Resistenza della Val Bisagno. Nel maggio del 1944, su designazione del triumvirato del Pci, è nominato responsabile degli istruttori militari per la zona di Genova, e in particolar modo per il quartiere di San Fruttuoso. Nell’agosto 1944 è vicecomandante della 175ª Brigata Sap R. Guglielmetti, diventando uno dei maggiori protagonisti della Brigata nella lotta contro i nazifascisti. Arrestato l’11 gennaio 1945 in via Bobbio da militi della X Mas a causa di una spiata, viene interrogato alla Casa dello Studente e poi rinchiuso nel carcere di Marassi. Nel dopoguerra è stato insignito della Medaglia d’Argento al V.M. alla Memoria.

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